– Non discuto le sue convinzioni, Capitano Aller, – disse Vonder – e anzi le chiedo un impegno maggiore, perché lei sa bene quanto noi che, per ideologia e, come dire, per scelta estetica, i creazionisti non inviano più di un ente celeste alla volta e, finora, per quanto abbiamo visto crescere la potenza e l’intelligenza delle sue macchine, solo l’ultimo avversario ci ha messo in seria difficoltà: il Vaticano punta sull’effetto sorpresa, sulla figura, sul nascondimento dei centri di controllo, ma se l’arguzia nel progetto del singolo ente tende a progredire, la sua potenza di fuoco non pare mai aumentare. Senza contare che la tecnologia creazionista prevede solo forme di energia pulita, di fatto inconsistenti rispetto a nostre possibili risposte che solo per questioni di opportunità finora abbiamo evitato, e che esso punta piuttosto a indebolire la Terra ideologicamente: il Vaticano, lei sa quanto me, pensa a lungo termine, logora, destabilizza, guerreggia più mediante propaganda che mediante enti celesti e schiere angeliche.
– Professor Vonder, – rispose Aller – il suo dire è ragionevole e lei fa bene a tenerci con i piedi per terra. Onorando i ruoli e le diversità che ci rendono entrambi preziosi, cercherò di elargire più consistenza alla mia immaginazione, in ordine alla filosofia corretta che, come lei mi insegna, riconosce nell’immaginazione la radice dell’ipotesi e nell’ipotesi lo strumento più importante per l’ampliamento della conoscenza. Ora. Noi abbiamo visto un ente celeste alla volta, e da ciò, Professor Vonder, abbiamo tratto la conclusione che i creazionisti si muovano in questo modo per una convinzione. Mai però ci viene in mente che noi, di fatto, non sappiamo quanti enti celesti vengano costruiti. Sia chiaro, anche io condivido l’idea che i creazionisti abbiano per un certo tempo compiuto una scelta ideologica e simbolica. Ma con il papato di Guerrero molte cose potrebbero essere cambiate. Creazionismo significa prima di tutto che il Papa genera la realtà, la legge che la regola e i valori. Se finora il Vaticano ha tenuto ferme certe prerogative è solo per un congenito tradizionalismo, e per la tendenza di ogni Papa a voler apparire più classico, più archetipico degli altri. Ma Guerrero è persona che, per carattere, tende a confondere mezzi e fini in un delirio di controllo: non mi stupirei se annientasse la popolazione che vorrebbe convertire, cioè noi. Consideriamo la possibilità che siano stati accumulati quanti più enti celesti fosse possibile in vista di un attacco considerevole, da sferrare con più macchine contemporaneamente, oppure che si sia lavorato, parallelamente alla preparazione degli enti ordinari, a un ente di immane potenza la cui realizzazione ha richiesto lungo tempo. Senza contare che le notizie della morte dell’ex-presidente e della scomparsa del precedente rettore, notizie che certamente hanno varcato i confini, possono portare il Vaticano a pensare a un momento di instabilità di cui approfittare per gettare nel panico la popolazione terrestre.
Goliass e Rein tacevano. Goliass fissava i due interlocutori a braccia conserte, Rein prendeva appunti, Goliass sciolse le braccia e accese il microfono
– La sua opinione, rettrice Rein? – domandò.
Quanto io nel tuo discorso, Aller, pensò Futura, ripose la penna e accese il microfono.
– Presidente Goliass, – la rettrice Rein teneva le mani sui lati del leggìo, il capo leggermente chinato in avanti, lo sguardo obliquo puntava l’interlocutore accanto a lei, – difficilmente l’intuito del Capitano Aller fallisce, nelle cose della guerra: credo che dovremmo considerare la possibilità di uno sforzo risolutivo e l’assunzione di un maggiore rischio, al fine di porre un termine permanente al conflitto. Lo scontro con l’ultimo ente ha lasciato sul campo decine di caduti. Anche se il Capitano Aller avesse torto, questa guerra, infinita agli occhi del popolo, può destabilizzare il nostro sistema. È il Vaticano a trarre vantaggio da una guerra infinita, è il Vaticano che pensa in termini millenari, non noi. Le chiedo di indire dunque una assemblea straordinaria per discutere una svolta, mi pare infatti che i tempi siano maturi e che le nuove condizioni lo permettano – con un gesto delle braccia aprì all’assemblea, lei e Goliass il centro delle nuove condizioni.
Non era superbia né controllo a tenerla in piedi in quel modo: Aller vide in Futura qualcosa che aveva veduto solo nei migliori tra i monaci, nei più umili, nei più dissolti. Ricordò, e sentì il vuoto sotto di sé nel rendersi conto d’essersene scordato, che i migliori erano i più dissolti. Fu di nuovo, per la prima volta, attratto da Futura, considerandola migliore di sé.
Goliass è a capo chino, ragiona. I leader ragionano e si mostrano nel ragionamento, offrono la visione del ragionamento, sta per accendere il microfono, poi alza un sopracciglio, senza muovere il capo lancia uno sguardo, verso un punto che tutti si voltano a indagare: si agita German, un inserviente gli si è avvicinato e gli parla all’orecchio, l’inserviente se ne va e German non chiede parola, accende il microfono e grida.
– Presidente, Rettore: i Guardiani hanno avvistato tre enti celesti approssimarsi al confine in tre punti diversi.
Cala un gelo. Tutti si voltano di nuovo verso il centro della sala: Goliass è rimasto a capo chino, gli occhi sono ritornati sul leggìo. Ragiona e poi accende il microfono:
– Sarà una notte lunga, a quanto pare, la richiesta del Rettore Rein è accolta, si indice un’assemblea straordinaria per domani pomeriggio augurandomi che saremo tutti qui. Tutti ai posti di combattimento ora, gli ufficiali con me in sala comandi, l’assemblea è sciolta.
Cartario si avvicinava al Monastero di Pietra Lungana con passo lento, soppesando le possibilità per deliberare la scelta più soddisfacente. Sapeva che il giovane terrestre avrebbe sicuramente lasciato la casa nel più breve tempo possibile: nessuna guardia vaticana avrebbe potuto arrestarlo e nessun prelato avrebbe potuto condannarlo a morte. Ma non sarebbe stata gran perdita: non è divertente, la morte, e solo i gatti si divertono a far danzare nell’aria i cadaveri dei sorci. Divertente è invece giocare con la donna, viva lei, e vaticana di nazionalità e mistica di turbe. Quante cose ci si possono fare, con un esemplare di quel genere. Quanto popolino inutile si raccoglierebbe per ammirare lo spettacolo, una pubblica inquisizione, godimento loro di fronte alla donna e godimento di chi sa di fronte alla scena di questo godimento. Questo è creazionismo, rise Cartario dentro se stesso: organizzar situazioni che valorizzino la creatività.
Così pensava, un passo dopo l’altro poggiando il bastone a terra mentre il cielo attendeva di diventare nero secondo leggi che nessuno può contrastare, cui anche il sole deve piegarsi. Ma il ciclo naturale è cieco, non può godere del piegare. Poveretto, che gran beffa. E invece, potere, di più: strapotere, ultrapotere, l’unica sensazione che valga la pena di provare, l’unico ideale che valga la pena di inseguire perché scritto nel cuore dell’uomo. Il cuore riceve legge e leggerezza: ma se! niente aveva capito quel ridicolo Frate Martino, niente. Pazzi, idioti, identici, banali, i frati. Il cuore non riceve niente, è un muscolo che spinge sangue nel corpo. Io, infatti, guardo nel mio cuore e non vedo niente. Ma questo niente che il cuore riceve è prezioso: lascia alla mente il campo libero, cosicché la mente può creare ogni cosa: realtà, istituzioni, valori. Il nulla permette la creatività, e siccome il nulla è tutto ciò che il cuore riceve, la creatività, creare dal nulla, è la sua vera natura positiva. La coscienza della manipolazione, della possibilità della manipolazione. Beato quel bastardo del Papa, pensava Cartario, che ha i più grandi spazi di manipolazione che siano consentiti dalle leggi naturali, e tutti quelli che riesce a immaginare fuori dal naturale può crearli: creazionismo, gran dottrina.
Una radura si aprì sul suo percorso. La semisfera di Pietra Lungana prese forma contro l’orizzonte; poggiava sull’erba la sua superficie liscia, marrone come il saio, intervallata da finestre quadrate, di muro vivo; dalla sommità della sua curva il campanile si lanciava nel cielo, dove l’azzurro s’incupiva, mostrando più nitido il volto bianco della luna.
Dopo aver preso in mano il microfono e prima d’averlo attivato lo sguardo di Aller precipitò verso la base della Sala Sferica, piombando sul suo centro di gravità: la rettrice Rein lo stava già guardando, il capo rivolto verso di lui con una torsione difficile, dato che rispetto ad Aller si trovava di profilo e molto in basso. Sia lei sia il Presidente stavano in piedi, con le mani sui fianchi dei leggii. E che ti aspettavi? fece all’improvviso una voce dentro Aller, ti aspettavi di prendere parola e trovar lei che guarda altrove? Aller si sentì disgregare, pluralizzarsi all’improvviso, si sentì denigrato dalla molteplicità.
Sai cosa pensa di te, continuò la voce, ascoltami, non distrarti: tu sai cosa pensa lei di te, è per quello che te ne sei andato: anzi non te ne sei andato: sei fuggito, Aller. Guardala: lei ti osserva e pensa “malato”, “senzapalle”, pensa “mistico”. Ecco che le tue verità crollano e tu non sai più cosa pensare, facevi il grosso e non sai più cosa pensare perché non sai più se ciò che pensi è vero o se è vero il suo contrario, lei ti guarda e tu non sai più nulla, perché tu le accordi credito e lei pone nella tua natura la natura dell’errore.
Aller scosse il capo e premendo il pulsante attivò il microfono. Si sporse in avanti, le mani tese sullo scranno.
– Onorato Presidente, Magnifica Rettrice, lasciate che in primo luogo io mi congratuli con voi. Con lei, presidente Goliass, per la notevole, difficile vittoria appena riportata sul nemico E con lei, rettrice Rein, per aver offerto alla Terra, con il suo lavoro, la sua competenza e la sua esperienza, la possibilità di eleggerla, guida perfetta a questa nobile, fondamentale istituzione.
Pensa che sei ipocrita, fece una voce. Ma non è ironico! fece l’altra. Ipocrita non è ironico, puntualizzò la prima: l’ipocrita vuole che si creda ciò che viene detto, l’ironico vuole che si capisca il contrario di ciò che viene detto. Ma se uno è ironico, riprese la seconda, è doppiamente ipocrita perché può sempre dire che credeva a ciò che diceva, continuare l’ironia, mantenere un sorriso di scherno senza mai verbalizzar... Smettetela, disse Aller dentro se stesso, smettetela subito. To’ ecco un altro amico, fece la prima, comunque lo avrà pensato, che era ipocrita. No, ribadì la seconda, non lo avrà pensato, e poi lui ha detto ciò che crede: è nel giusto per principio. Ma a lui, obiettò la prima, a lui quello che lei pensa di lui interessa più dell’essere nel giusto, no?
Smettetela perdio, urlò Aller dentro di sé, alle voci. Scosse il capo di nuovo, con maggior vigore. Colse sguardi di stupore aprirsi qua e là nella folla. Futura lo fissava seria, preoccupata avrebbe detto. Goliass non tradiva alcun giudizio. Le voci ora tacevano.
– Mi scuserete se io, – riprese – non docente, e per di più combattente... come dire... a statuto speciale – accennò un sorriso, abbassò lo sguardo, socchiuse gli occhi – mi permetto di prendere la parola in questa occasione, e mi scuserete se prendo parola per porre all’attenzione di questa assemblea un fatto non inerente alla scomparsa dell’ex presidente e all’elezione del nuovo rettore. Tuttavia ritengo che sia importante approfittare di questa occasione per discutere quanto vado a illustrarvi, e credo che le mie conoscenze in fatto di guerra e di creazionismo possano rappresentare una risorsa per la Terra.
La sua durezza Aller, ricominciò una voce, solitaria, perentoria. Il suo discorso che ti intrappola, discorso eternista, privo di spazi, esaustivo, totalitario, che ti stringe in una cella grande poco meno del tuo corpo, che pretende il possesso della verità su di te, le sue valutazioni, la violenza.
Aller evitò di guardare Futura, spostò gli occhi dall’assemblea a Goliass all’assemblea.
– Vengo al punto: indizi consistenti mi inducono a sospettare che il Vaticano voglia chiudere i conti, nell’imminente, con un attacco risolutivo: troppa liberalità di morte, troppa indifferenza per il numero di caduti: chi oggi come me era in battaglia ha visto come l’ente celeste che abbiamo abbattuto provocasse perdite nello schieramento nemico pari, quasi, in numero, a quelle che provocava nelle nostre file, e non per imperizia ma, chiaramente, per totale disinteresse, dato che la stessa struttura dell’ente celeste non poteva che provocare quei danni nella schiera angelica, e chi lo ha progettato lo sapeva; inoltre, io stesso ho abbattuto un Arcangelo maggiore, gendarme appartenente alla guardia personale del Papa, che mai si vede in battaglia. Insomma, io credo che il Papa si muova e che la Terra debba muoversi prima.
Aller spense il microfono e lasciò andare la schiena all’indietro sull’imbottitura della sedia, identica al sedile della cabina di pilotaggio dei droidi. Si sentì subito meglio. Lo sguardo che precipitò ancora su Futura la colse mentre lo fissava e assentiva muovendo lentamente la testa su e giù.
La tua immaginazione produce disfacimento, aggiunge.
Non è vero.
Sì che è vero. Perché sei come me: cerchi la lotta.
Stiamo accanto e non ci guardiamo; lui nel nido, io vicino al cespuglio.
Sei attratto dalla distruzione, continua.
Non è vero, ripeto.
Allora perché non hai mai immaginato che dal tuo filo spinato potesse generarsi un'infezione buona?
L'infezione non può essere buona, dico subito.
Mentre se ne sta zitto, le piume scagliose che nel respiro gli si sollevano sul petto e si riabbassano, so che non ho ragione ma devo fare argine, prendere tempo.
Nimbo, mi dice passando a una tonalità più alta, ed è la prima volta che qualcuno mi chiama così. Tu sei venuto qui a cercare il sesso e la lotta, continua. Per te sesso e lotta sono l'unica infezione possibile, l'unica direzione nella quale muoversi.
Ascoltandolo osservo l'interno dei gusci; è calcareo, sa di liquido amniotico. Non so quale sia l'odore del liquido amniotico ma so che questo è odore di liquido amniotico disseccato. Odore di citoplasma e di agonia. Di secrezioni vecchie. Di ammoniaca.
Per te, dice ancora il piccione preistorico, vale soltanto l'eccitazione della militanza. L'infezione feroce.
Vorrei un figlio, lo interrompo di colpo, e non sto più parlando con lui.
Voglio un figlio.
Hai undici anni.
Non lo ascolto. La sua sembra un'obiezione logica ma non è logica. Non è logica.
Voglio un figlio, dico ancora.
Nimbo, tu non puoi avere figli. Lo desideri ma non puoi averne.
Perché?
Te l'ho detto: perché la tua immaginazione genera solo lotta e disfacimento. E perché un figlio è il pericolo.
Un pericolo? Il pericolo, Nimbo. L'infezione che non sapresti sostenere.
Ripenso alla simulazione degli spasmi prima di dormire, al mio desiderio di incarnare l'infezione, alla somiglianza di quegli spasmi con quelli di una madre quando partorisce, di un figlio quando nasce. Dopo la morte dello storpio naturale la simulazione ha assunto un'altra forma.
Un movimento al mio fianco mi riscuote. Il piccione preistorico mi sta fissando. Continua a trattenere la rabbia, riesco a sentirne il ronzio.
Tu non sai percepire ciò che è fertile, dice, e che ciò che è fertile è una responsabilità. Passi il tempo costruendo forme storte, alfabeti posticci, pensando alle parole.
Sta zitto. Quando sta zitto fa un movimento con la testa, un breve scuotimento per accompagnare il pensiero. Come certi nonni, certi onorevoli.
Anche tu, dice poi, come me, non fai altro che trasformare il panico in esistenza.
Dopo la quinta ora facciamo la strada insieme. Scarmiglia sta zitto, Bocca discute, io rispondo. Parliamo ancora dei comunicati, della loro lingua. Bocca ne è conquistato, gli piace l'enfasi, le loro frasi precise e feroci.
Lo ascolto, ci penso, mi rendo conto che se anche ne avverto la fascinazione nella loro lingua c'è qualcosa che qualcosa che mi mette in imbarazzo, una pena per il dogmatismo imparaticcio, per l'enfasi puerile. Eppure io per primo sono enfatico. Non posso non esserlo perché so, come lo sanno le Br, che l'enfasi è l'unico modo per accedere alla visione, alla profezia della storia. Certo, si diventa ridicoli, ma non ci sono alternative: tra l'ironia e il ridicolo scelgo il ridicolo.
Nemmeno l’eternismo, considera Aller scomposto su una sedia per evitare che la luce lo riveli troppo agli sguardi dell’assemblea, nemmeno l’eternismo rinuncia a usare la filosofia come metafora del potere, e con ciò ritaglia un posto per il potere nel cuore della sua filosofia, una filosofia che, nel caso dell’eternismo, il potere, di fatto, lo nega: facendo di ogni ente non qualcosa di separato ma una molecola della stessa Sostanza unica e infinita; facendo del potere di ogni ente il frutto di un rapporto sano, cioè razionale, di quell’ente con la potenza, unica e infinita, della Sostanza. L’eternismo vuole ogni ente equivalente all’altro, ogni essere umano equivalente all’altro, ogni carica equivalente all’altra, e tutte queste enti, ogni ente del mondo, equidistante rispetto al centro propulsore, impersonale, meccanico e adecisionale della realtà.
Ciò sconcerta e, insieme, rivela: nel luogo che nell’architettura di questa sala rappresenta il centro della Sostanza – e il centro della Sostanza non è una cosa – qui siedono due esseri umani. Certo le incombenze militari hanno distratto la democrazia e quel Presidente, in tempo di pace, dovrebbe essere eletto dal popolo, che è l’immagine politica della Sostanza, e dovrebbe essere sua espressione e suo servitore. Ma intanto così non è, e nessuno sembra farci caso.
Così, al centro dell’arena di questa sala sferica che ospita il Consiglio Universitario, ecco che siedono il Presidente e il Rettore: laddove dovrebbe esserci un motore impersonale c’è persona, dove dovrebbe lavorare un meccanismo adecisionale, che solamente garantisca la causalità totale, c’è chi prende decisioni.
E, come se ciò non bastasse, dove dovrebbe esserci l’unicità ecco la diade, l’origine di una dialettica che da lì informerà di sé tutta la realtà, un dualismo primigenio che, ora che il Rettore è donna, si fa anche rappresentazione simbolica, e alla massa squadrata di Goliass affianca la piccola flessuosità di Futura, allo sguardo severo e agitato dalla responsabilità del Presidente risponde la sicurezza serena del Rettore.
Almeno si tratta di due eternisti convinti, vi sedevano prima un tiranno che tentava una continua metafora personalizzante della filosofia corretta, tradendola nel suo significato più profondo, e un uomo pieno di contraddizioni, che covava simpatie misticheggianti e, anche per questo, disprezzava se stesso. Le cose sono decisamente migliorate e pare che tutti se ne rendano conto.
L’assemblea che si raccoglie qui nella Sala Sferica del Palazzo Antico dell’Università della Capitale l’ho già veduta, ma oggi sa di nuovo: il fermento l’agita, la percorre come una scarica d’energia, la elettrizza un sollievo. Persino i volti appaiono, benché stanchi, più giovani. E non è solo l’aria di ottobre che finalmente conduce nuovi vigori, spazza via i residui di sonnolenza estiva rimasti impigliati nei rami d’autunno: la ragione più forte è che è morto il reuccio, e nessuno sembra troppo preoccupato dell’indagine, della punizione, di raccontare alla moltitudine retta che i colpevoli sono stati assicurati alle celle asettiche. Gravian e la moglie chissà dove sono ora, Gravian chissà come si sarebbe rilassato adagiandosi in questo nuovo ambiente che però anche grazie alla sua assenza è possibile. Si vede che il futuro sarà più povero di pressioni, più organizzato, congegnato. Tutti ne sono coscienti.
Solo Goliass, eccolo là ligio ligio, funzionario, macchina, eccolo là che comincia il nuovo ma tiene fede al vecchio, ché oramai è stato e determina il presente: non mollerà il perseguire, avrà già sguinzagliato i cani per le strade terrestri, segugi e morditori, in cerca dei colpevoli, anche se Geobalder era una carogna la legge è legge. Ma dove siano Marsel e Veria Gravian non interessa di certo ai bernoccoli del vecchio regime, uomini del despota, precipitanti ora nella loro immobile caduta, eccoli che sugli scranni stanno fermi e precipitano, rinsecchiscono e precipitano, senza radici, non sanno dove volgere il capo, perduti in questa assemblea fresca, che ha senso di fine e di inizio, di risoluzione e di nuovo: tornano i capaci ai posti di comando, un po’ perché il reuccio s’è portato via i capricci, un po’ perché a Goliass fa comodo avere gente in gamba attorno, lo rassicura: prudente o vigliacco? Capace o pauroso? Non c’è differenza: per la filosofia corretta il coraggio è sapere, il sapere è controllo. Le braccia incrociate sul petto, l’alta carica, responsabile, nello sguardo. E invece accanto a lui Futura serena, bellissima, i tratti distesi che non tradiscono l’ombra della soddisfazione, solo un ordine intrinseco, ma frutto di cosa? Qualcosa è cambiato. Qualcosa di fondamentale. Chi è oggi quella donna? Ma ecco che il Professor Vonder, ordinario di Storia e cultura vaticana, vicerettore, ha terminato il suo discorso bello tondo e ragionevole sulle sorti della Terra e la sua potenza e la certa vittoria che la attende con una bella tonda e ragionevole corona d'alloro tra le mani. È il momento di parlare, forse ora finalmente si è pronti ad accogliere l’idea di una svolta, e i motivi ci sono e son buoni motivi. Ecco, ne ho facoltà, afferro il microfono.
In questa polaroid siamo tutti ironici. E a me l’ironia fa male. Anzi, la odio. Non solo io, anche Scarmiglia e Bocca. Perché ce n’è sempre di più, troppa, la nuova ironia italiana che brilla su tutti i musi, in tutte le frasi, che ogni giorno lotta contro l’ideologia, le divora la testa, e in pochi anni dell’ideologia non resterà più niente, l’ironia sarà la nostra unica risorsa e la nostra sconfitta, la nostra camicia di forza, e staremo tutti nella stessa accordatura ironico-cinica, nel disincanto, prevedendo perfettamente le modalità di innesco della battuta, la tempistica migliore, lo smorzamento improvviso che lascia declinare l’allusione, sempre partecipi e assenti, acutissimi e corrotti: rassegnati.
Paul veniva internato nello Steinhof ogni volta che chi gli stava intorno non si sentiva più sicuro in sua compagnia, o se di notte minacciava di ammazzare tutti quanti e annunciava ai suoi stessi fratelli che, niente di meno, stava per strangolarli o per ucciderli a colpi di fucile, e veniva dimesso ogni volta che era completamente distrutto dai medici e dalla loro proverbiale megalomania, quando in lui niente o quasi niente si muoveva più, e quasi non poteva più sollevare la testa e men che mai alzare la voce.
Thomas Bernhard, Il nipote di Wittgenstein, Adelphi
Quella notte Raiden si sarebbe rigirato nel letto accanto a Laica senza prendere sonno. Avrebbe pensato alla collera che negli ultimi giorni aveva cominciato a innervarlo. Qualcosa non andava. Poteva essere una deviazione conseguente all’interiorizzazione, un effetto collaterale dovuto al forte impatto con l’applicazione reale dei principi dell’eternismo; oppure poteva essere un sintomo della febbre, un prodotto del colpo subito, della fisiologia alterata, del cambiamento climatico o di quello alimentare; avrebbe valutato, Raiden quella notte, anche la possibilità che si trattasse di una conseguenza del contatto diretto con una filosofia scorretta: per quanto la rimozione delle cause della rabbia sia opera cui il sistema educativo terrestre dedica suprema cura, le occasioni di verifica dell’efficacia di un tale trattamento avvengono comunque, di norma, nel contesto terrestre stesso, un contesto di totale adesione alla filosofia corretta, senza contatti e rapporti con ideologie scorrette – cioè, semplicemente, ideologie, avrebbe pensato Raiden interrogandosi sul significato di quella ridondanza che gli sarebbe passata per la testa, altro sintomo, e, in circolo vizioso, altro alimento per la sua soffusa vibrazione di collera. Dunque se pure nell’adolescenza si verificano alzate d’ingegno, non allarmanti perché legate allo sviluppo, difficilmente i terrestri escono dal seminato, non tanto per timore e timidezza, quanto per incapacità di pensare in modo realmente alternativo dopo anni e anni di eternismo. Forse il confronto con un modo di pensare tristemente sballato nei suoi presupposti più profondi, avrebbe ipotizzato Raiden quella notte sentendo il profumo del rosmarino emanare dai capelli di Laica, ha messo sotto pressione le mie capacità di resistenza fino a farle cedere. Ma no!, si sarebbe rivoltato contro il vocabolario dei suoi stessi pensieri, non va, perché io non ho “capacità di resistenza”, io so. Non esistono cose come la capacità di resistenza o la forza di volontà: l’ assenza di rabbia è il frutto di un’equazione.
Lentamente sarebbe scivolato via da sotto le coperte, avrebbe raccolto la tuta da pilota da dietro il rotondo tavolo istoriato appoggiato al muro, vi si sarebbe infilato dentro, avrebbe strappato un lembo del tesserino di riconoscimento, preso un lapis dal bordo alto del camino e scritto “Grazie” sulla particola di carta, poi sarebbe uscito in una notte che diventa mattina, cercando di chiudere la porta alle sue spalle il più silenziosamente possibile mentre Laica avrebbe fatto finta di dormire.
Quella notte Raiden avrebbe percorso i boschi, pensando di dover trovare un luogo per ripararsi alla vista delle pattuglia di arcangeli, presto fuori assieme al sole. Nemmeno più avrebbe considerato come pure quella fuga non sia la scelta necessaria di chi consideri causa della rabbia l’ignoranza della filosofia corretta o una temporanea alterazione della fisiologia e non la persuasione, l’influenza, la vicinanza dell’altro.
Un mese dopo il suo arrivo, mentre la luce silenziosa di mezzogiorno fendeva la finestra del salotto, Aller aveva lasciato la casa di Futura.
Quando, quella sera, la Dottoressa Rein, rientrando dal lavoro, accendendo la luce di stanza in stanza, aveva trovato ogni cosa in ordine perfetto, si era sentita, senza essere in grado di individuarne la ragione, giudicata e criticata. Poi, accanto alla porta di ingresso, ancora aperta, aveva veduto il disegno tracciato a pennarello nero sulla parete gialla. Era stilizzato come un antico graffito e dotato di una sua intrinseca grazia. Rappresentava una figura umana dai cui due fianchi traboccavano due linee che si avvolgevano su se stesse a spirale. Al centro, in alto, collegato alla figura umana da un tratto leggero ma netto, il nero tracciava i contorni di una stella.
Nei giorni e nei mesi che seguirono, senza che lei lo decidesse una volta per tutte – per pigrizia, si disse o volle dirsi – il disegno rimase sul muro, incomprensibile e fastidiosa negazione dell’ordine. Ogni tanto lo guardava per dire a se stessa che prima o poi lo avrebbe fatto sparire. Dopo qualche tempo aveva comincito a dirlo a lui; lui aveva preso a risponderle. Ne era nato un dialogo quotidiano, un insinuare da parte del disegno cui, combattiva, Futura rispondeva. Intendeva, con scienza, la voce del disegno come una sua propria voce: era lei stessa, o una parte della sua mente, che le parlava da quel muro. Ma un turbamento, giorno dopo giorno, si era allungato come un’ombra sui suoi pensieri. Non se n’erano accorti i suoi studenti né i suoi colleghi, perché a reprimere le passioni era stata brava, ma non lo aveva fatto come avrebbe dovuto: non aveva mai estirpato, anzi nemmeno mai scovato, i pensieri errati che avevano generato e che continuavano a nutrire quella passione: si limitava a controllare fino a stremarsi la propria espressione, i propri movimenti, la propria voce. Aveva sentito crescere la Rabbia. Pungolata dal disegno, ciclicamente aveva esaminato con cura ogni esperienza recente, l’aveva ricondotta nell’ordine della filosofia corretta, si era impressa in mente che nessuno le aveva fatto del male responsabilmente, che ogni azione altrui che le aveva sottratto potenza fosse stata compiuta senza che chi l’aveva compiuta avesse potuto diversamente agire.
Eppure la Rabbia non se ne era andata fino a che, a tre anni esatti dal ritrarsi di Aller dalla sua vita, in un mezzogiorno caldo di ottobre, Futura guardò con simpatia all’anarchico sottrarsi del disegno al suo potere. Gli disse: massì, resta.
Un’ora più tardi, con la finestra spalancata e i raggi del sole che facevano splendere la parete gialla e risaltare la sua ombra sovrapposta al disegno, Futura cancellò la stella che sormontava la figura umana e ne disegnò una identica al termine della spirale di sinistra. Si gettò poi a pancia all’aria sul divano, il viso sereno e soddisfatto, le mani dietro la nuca.
Sei ore più tardi, il Consiglio dell’Università, formato dai docenti e dagli alti gradi militari, elesse inaspettatamente la Dotteressa Futura Rein nuovo Rettore. Né quel giorno né l’indomani a Futura venne mai in mente la parola “risultato”.